Lo Smart working in Italia nel 2021

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 Smart working: dall’inizio della pandemia di COVID-19 se ne sente parlare sempre più spesso.

È marzo 2020 quando lo smart working in Italia entra a gamba tesa nello scenario lavorativo nazionale e stravolge il management aziendale, i rapporti umani e quelli economici.

Qual è la situazione dello smart working in Italia oggi, ad ottobre 2020, dopo quasi otto mesi di introduzione massiva?

In questo articolo spiegheremo che cos’è lo smart working, come è stato accolto nel nostro Paese, quali sono i suoi vantaggi (e anche gli svantaggi). Per concludere ci soffermeremo sugli ultimi provvedimenti governativi con un focus particolare sullo smart working per i lavoratori svantaggiati.

Bene, siamo pronti per fare il punto sulla situazione smart working 2020!

Che cos’è lo smart working

Partiamo da un presupposto: fare smart working non significa semplicemente lavorare da casa ma vuol dire avere la possibilità di lavorare ANCHE da casa.
Prima di spiegare nel dettaglio cos’è lo smart working, precisiamo che questa modalità di lavoro intelligente era correntemente applicata in molti paesi in Europa e nel mondo prima del Coronavirus. L’Italia, purtroppo, era il fanalino di coda di una rivoluzione già in atto: la pandemia ha accelerato un processo virtuoso iniziato altrove da più di un decennio grazie al processo di digitalizzazione e all’utilizzo delle nuove tecnologie.

Quanto alla questione smart working in Italia, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha definito lo smart working (o lavoro agile) un modello che punta alla crescita della produttività dei lavoratori permettendo loro di conciliare comodamente vita personale e lavoro senza vincoli orari o spaziali. Insomma, non è importante che il dipendente o il manager siano al comando della loro postazione in azienda, quel che conta è che abbiano la possibilità di dare il loro contributo in un ufficio ‘aperto’, in cui luoghi fisici e virtuali sono posti allo stesso livello.

 

La rivoluzione intelligente

L’Italia tutta, quindi, ha dovuto rispondere in fretta a una domanda spinosa: come fare smart working?
Come può essere realizzato un cambiamento tale in un paese che per troppo tempo ha malvisto il lavoro da casa? Grazie alla digital transformation e alla tecnologia certamente, ma è più facile a dirsi che a farsi, dato che spesso per oltrepassare i confini dell’azienda non è sufficiente la tecnologia.

È l’azienda stessa, pubblica o privata che sia, a dover rivedere i propri modelli organizzativi per innovarsi e cambiare completamente mentalità.

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I primi provvedimenti post COVID

Sebbene in Italia esistesse già una legge che disciplinava il lavoro agile, la n.81 del 2017, il Governo ha incoraggiato lo smart working a partire da febbraio 2020, quando il COVID-19 ha varcato i confini. E lo ha fatto con l’obiettivo di arginare i contagi.

Il decreto del 23 febbraio n.6 prescriveva la sospensione delle attività lavorative ad esclusione di quelle che potevano essere svolte a distanza. Già da fine febbraio molte attività italiane adottano il lavoro agile. A marzo diventano la maggioranza grazie al DPCM 11 marzo che disponeva l’adozione di un modello di lavoro da remoto.
Quanto allo smart working nelle PA, il decreto del 23 febbraio estendeva le stesse prescrizioni alla Pubblica Amministrazione e tutelava in particolare i lavoratori svantaggiati.

Così, nel giro di un mese, la maggior parte degli italiani si è ritrovata a lavorare da casa.

 

Come è stato accolto lo smart working in Italia?

Infojobs Smart Working 2020, una ricerca del marzo 2020 con campione 189 aziende e 1149 candidati, ci restituisce uno spaccato significativo della situazione lavoro agile in Italia all’alba della pandemia.

Ecco alcuni dati interessanti:

  1. per il 56% delle aziende campione e per il 79% dei lavoratori si è trattato della prima volta in smart working;
  2. il 64,5% dei dipendenti ha accolto bene la novità;
  3. il 38% dei lavoratori ha affermato di essere fortunato per aver potuto evitare spostamenti e ridurre al minimo la possibilità di contagio;
  4. appena il 7% degli intervistati ha ammesso di esser stato meno produttivo.

Già dai primi mesi di pandemia è emerso che la maggior parte dei lavoratori avrebbe volentieri continuato a lavorare da remoto anche dopo lo stato d’emergenza. Alcuni caldeggiavano forme di smart working misto.

Soltanto la minoranza si è dichiarata favorevole a tornare in ufficio a tempo pieno.

 

I vantaggi

Perché soltanto in pochi avrebbero voluto rientrare in ufficio a tempo pieno? Beh, perché con lo smart working ci guadagna la salute e anche il portafoglio.

Il reddito dei lavoratori in smart working è aumentato del 30% durante il lockdown e i datori di lavoro hanno risparmiato nella gestione degli uffici. Non solo: i dipendenti hanno dichiarato di sentirsi meno stressati a lavorare da casa evitando il tran tran mattutino fra code in tangenziale, mezzi pubblici affollati e sveglie alle 6 di mattina.

Anche se ci siamo avviati su una buona strada, non è proprio tutto rose e fiori. Vediamo quali sono gli svantaggi, o meglio le criticità, della situazione smart working 2020 nel nostro Paese.

 

Le criticità

Se da una parte c’è chi continuerà a risparmiare grazie al lavoro agile, dall’altra ci sono categorie di lavoratori, come i commercianti, i ristoratori e i baristi, che rischiano di guadagnare di meno se il modello smart working diventasse la norma in Italia nel futuro prossimo. E di certo non è questione da sottovalutare.

Inoltre per le attività lavorative può essere complicato organizzare e coordinare il lavoro dei dipendenti da remoto – teniamo a mente che circa la metà delle aziende non aveva mai lavorato in smart working prima di allora! Ma si sta già rimediando al problema con dei programmi di istruzione al lavoro agile per le aziende e i dipendenti.

Ultimo, ma non per importanza, c’è chi lamenta la mancanza del confronto quotidiano fra colleghi e la riduzione della produttività lavorativa tra le mura domestiche.

 

Le ultime sullo smart working in Italia

A otto mesi dall’inizio di questa rivoluzione epocale, Il DPCM 18 ottobre 2020 stabilisce che il 75% dei lavoratori dovrà restare in smart working. In piena seconda ondata il Governo evita il lockdown e usa il lavoro agile come un’arma preziosa per limitare i contagi da COVID-19. Questa misura ridurrà la circolazione di persone e svuoterà i mezzi pubblici. Per quanto riguarda il settore privato, il ricorso al lavoro da remoto è altamente raccomandato.

Le misure del DPCM del 18 ottobre sono state più drastiche del previsto. Nei giorni scorsi si vociferava infatti di un ricorso al 50 o 60% allo smart working per le PA ma, vista la recentissima impennata dei contagi, le disposizioni di Governo sono state più restrittive.

 

Lavoratori fragili e smart working

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Fare smart working sarà obbligatorio dal 16 ottobre al 31 dicembre 2020 per i lavoratori fragili nel settore pubblico e privato. A stabilirlo è il Maxiemendamento al Decreto Agosto che modifica l’articolo 26 del Decreto Cura Italia.

Chi sono i lavoratori fragili o lavoratori svantaggiati? Si tratta di quei dipendenti più vulnerabili al COVID-19 per i quali le conseguenze del virus potrebbero essere molto gravi. Parliamo di:

  • immunodepressi;
  • beneficiari della legge 104;
  • malati oncologici e/o in terapia salvavita;
  • donne incinte.

In attesa di nuove disposizioni, i lavoratori fragili in possesso della certificazione rilasciata dagli organi medico-sanitari predisposti lavoreranno in smart working fino al 31 dicembre 2o2o. Se per loro non fosse possibile svolgere le mansioni ordinarie da remoto, le PA e i datori di lavoro dovranno impiegare tali dipendenti in altre attività della stessa categoria/area di inquadramento o inserirli programmi di formazione.

Sei un lavoratore fragile ma non hai ancora la certificazione? Il tuo medico di famiglia saprà darti tutte le informazioni di cui hai bisogno.

 

Conclusioni

Lo smart working in Italia si è fatto largo in forza di un evento più unico che raro: la pandemia di COVID-19. Il Governo è ricorso al lavoro intelligente per limitare i contagi di un virus potenzialmente mortale con lo scopo di salvaguardare la salute dei cittadini. Ciò nonostante lo smart working è stato accolto con positività e oggi, a soli otto mesi dalla sua diffusione, retrocedere al caro vecchio lavoro tradizionale sembra già impensabile.

Cosa ci dovremmo aspettare? Con ogni probabilità il lavoro agile verrà presto disciplinato non soltanto in relazione all’emergenza. Il leader della Cgil Maurizio Landini, tanto per citarne uno, ritiene che lo smart working dovrebbe diventare argomento di discussione nelle trattative sui contratti nazionali dato che, COVID o non COVID, il processo virtuoso è partito anche in Italia e quasi nessuno vorrebbe tornare indietro.

Cosa pensi di questo nuovo modello di lavoro? Raccontaci la tua esperienza nei commenti.

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