Skip to content

Riforma Pensioni 2023

Riforma Pensioni 2023
1 Giugno 2022
Condividi su
Ascolta il formato audio
Tempo di lettura 3 minuti

Riforma pensioni 2023 al vaglio quota 41 e i costi ad essa connessi. La riforma non piace al governo Draghi mentre Salvini sostiene in un errore nel conteggio dei costi della prestazione.

Novità riforma pensioni 2023

In questi giorni molti stanno discutendo sulla proposta della Lega Nord di approvare la famigerata quota 41 che consentirebbe l’uscita anticipata dal mondo del lavoro. La prestazione consiste in un abbassamento dei requisiti contributivi per accedere alla pensione anticipata che, ad oggi, può essere richiesta con 41 anni e 10 mesi di contribuzione per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini. Quota 41, quindi, consentirebbe un’uscita anticipata di 1 anno per le donne e 2 anni per gli uomini a prescindere dall’età anagrafica.

Il governo Draghi non si pronuncia rispetto al tenere seriamente in considerazione quota 41 all’interno della riforma pensioni 2023 ma, voci di corridoio, affermano che lo stesso governo ritiene tale manovra costosa per le casse dello stato, soprattutto per quei lavoratori precoci che hanno iniziato a lavorare sin dal quattordicesimo anno di età e che, con quota 41, andrebbero in pensione a 55 anni. Tale riforma ha meno appeal per le nuove generazioni di lavoratori che, avendo iniziato a lavorare in media a 25 anni, si ritroverebbero ad andare in pensione a 66 anni solo se l’anzianità contributiva risultasse continuativa negli anni.

Quanto costa quota 41?

Ricordiamo che quota 41 è una misura già presente nel panorama previdenziale italiano destinata però ai soli lavoratori precoci. Se la misura, come auspica la Lega Nord, dovesse essere espansa a tutta la platea di lavoratori il costo complessivo in capo al governo per il primo anno di attivazione ammonterebbe a circa 4 miliardi per superare i 9 miliardi in un percorso di attivazione decennale.

Il presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, ha avanzato la proposta di un pensionamento a 63/64 anni di età utilizzando la sola quota contributiva in capo al pensionando, andando ad utilizzare la quota retributiva a partire dal 67esimo anno di età. Seguendo la proposta di Tridico il costo complessivo di quota 41 per il primo anno scenderebbe a 400 milioni.

Cresce comunque il pressing dei lavoratori per andare in pensione a 62 anni per parificarsi agli standard Europei, come Francia, e allinearsi con l’aspettativa di vita, infatti accedere al pensionamento a 67 anni di età consente il godimento della quiescienza per troppo poco tempo. Resta però il fatto che, per le casse dello Stato, è già pesante sostenere il pensionamento a 67 anni con il metodo di calcolo misto. L’idea ottimale sarebbe quella di applicare delle penalizzazioni per chi decide di accedere al pensionamento anticipato calcolando l’intero assegno con il metodo contributivo. Ad oggi, infatti, a guadagnarci sul pensionamento a 67 è, paradossalmente, lo Stato quando “un welfare deontologico” comporterebbe un livellamento tra spesa statale e guadagno per i pensionati.

Cosa accade con la caduta del Governo

Sebbene la riforma delle pensioni del Governo Draghi fosse già a rischio, per altre priorità politiche, sembra che a causa della caduta del Governo questa slitterà nel 2023.

I punti di particolare rilievo per una eventuale riforma erano rappresentati dall’APE Social e dalla Quota 100 diventata Quota 102 che avrebbero dovuto essere sostituite da una riforma organica.

Numerosi sono i temi di rilievo che riguardano il mondo delle pensioni. Uno tra questi è legato alla presenza di giovani con carriere discontinue che si trovano in una situazione in cui rischiano di andare in pensione senza maturare nemmeno l’assegno minimo. Sembra, infatti, secondo il report INPS che la generazione X (nati fra il 1965 e il 1980) si ritroverà ad andare in pensione con assegni decisamente più bassi di quelli attuali. Si ravvisa, dati questi presupposti, la chiara necessità di restituire equità al sistema previdenziale. Un ulteriore aspetto che non può essere sottovalutato riguarda la previdenza integrativa che si trova in fase di sviluppo, ma permane ancora a bassi livelli.

Come abbiamo evidenziato, contestualmente alla caduta del Governo, appare complessa la definizione di una riforma pensionistica entro fine anno.

La non attuazione della riforma porta alla definizione di uno scenario secondo il quale, dal primo gennaio 2023, potranno andare in pensione solo coloro che hanno maturano ls pensione di vecchiaia a 67 anni, o quella anticipata a 41 anni e dieci mesi le donne e 42 anni e dieci mesi gli uomini.

contrariamente risulterà necessario prorogare gli attuali strumenti sperimentali di flessibilità in uscita.

  • L’APE Sociale, che consente a determinate categorie di lavoratori (disoccupati, caregiver, persone con disabilità almeno al 74%, addetti a mansioni usuranti), di andare in pensione con 63 anni di età e 30 o 36 anni di contributi (ci vogliono altri requisiti, a seconda della categoria di appartenenza).
  • La Quota 102, utilizzabile a 64 anni di età con 38 anni di contributi: al momento, entrambi i requisiti vanno maturati entro il 31 dicembre 2022.
  • L’Opzione Donna, che permette alle lavoratrici di andare in pensione con ameno 58 anni di età se dipendenti e 59 se autonome, con 35 anni di contributi, tutti requisiti che vanno maturati entro il 31 dicembre 2021. La proroga andrebbe a prorogare di un anno il paletto per tutti i requisiti, e darebbe al nuovo Governo e al nuovo Parlamento il tempo per fare la riforma pensioni.

Ricerca

INAIL

Iscriviti Alla Nostra Newsletter

Ricevi mensilmente nella tua mail tutti gli aggiornamenti su pensioni, invalidità civile, prestazioni a sostegno del reddito e tutto ciò che riguarda il comparto previdenziale e socio assistenziale.

Ti sei iscritto con successo alla Newsletter di Nonsolopensioni.it